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L’alimentazione plant-based è sempre più oggetto di studi per la soluzione ottimale alla richiesta di cibo dei prossimi anni
L’alimentazione plant-based è sempre più oggetto di studi per la soluzione ottimale alla richiesta di cibo dei prossimi anni

 

Per quanto riguarda la nostra alimentazione, sembra proprio che il futuro sia “al vegetale”.

Il cibo per il futuro, e intendiamo un futuro non così lontano, è una delle materie di studio di uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, lo Zukunftsinstitut, che lavora sulle tematiche riguardanti gli anni a venire su vari campi, compreso quello alimentare.

Proprio nel Food Report 2023 sono state valutate  le attuali tendenze, per individuare meglio cosa plasmerà l'industria alimentare, il commercio e la gastronomia nei prossimi anni.

Da un estratto di questo report, si  evince che gli studiosi tedeschi hanno individuato alcune  tendenze che si stanno delineando nel mondo del cibo e hanno indicato una nuova direzione dei consumi, ma anche nuove dinamiche produttive e politiche agricole adottate dalle aziende che operano nel settore.

Uno dei trend evidenziati, che sta andando forte, è proprio quello del plant-based.

L’offerta di una alimentazione  a base vegetale si sta attestando nell’industria alimentare e nella  ristorazione, con la propensione  sempre più frequente a proporre versioni vegane delle ricette tradizionali, sostituendo gli ingredienti di origine animale come carne, uova e latticini, o proponendo soluzioni  plant-based in alternativa ai prodotti alimentari più comuni: ne sono un esempio le bevande vegetali al posto del latte vaccino, le alternative ai formaggi classici oppure gli ormai noti burger vegetali.

Sicuramente ci sono piatti che sono sempre stati vegani in quasi tutte le cucine del mondo, però molte persone socializzate in culture alimentari onnivore che vogliono mangiare senza cibi animali possono avere bisogno di maggiori informazioni per seguire una dieta equilibrata e varia. Questo perché ci sono anche molte ricette tradizionali di diverse cucine mondiali che sono a base di prodotti animali, dove oltre a carne e salsicce, includono anche uova, latte e prodotti caseari.

Piatti tradizionali nel mondo: quelli che non sono già vegan possono diventarlo con la semplice sostituzione delle componenti animali con ingredienti vegetali. E’ il nuovo trend dei ricettari e della cucina che si affaccia al futuro
Piatti tradizionali nel mondo: quelli che non sono già vegan possono diventarlo con la semplice sostituzione delle componenti animali con ingredienti vegetali. E’ il nuovo trend dei ricettari e della cucina che si affaccia al futuro

Per di più, non c’è solo l'industria alimentare a reagire a questo trend con lo sviluppo di prodotti sostitutivi sempre più sofisticati per poter “veganizzare” i piatti della tradizione. Sul mercato dei ricettari e su numerose piattaforme di ricette, sono sempre più numerose le indicazioni su come preparare i piatti classici “animal free”. Non è necessario utilizzare solo prodotti sostitutivi ad alta tecnologia, ma anche ingredienti naturali come erbe aromatiche, legumi, funghi, alghe e quant’altro offra la natura, perchè il gusto dei piatti può essere adattato in modo sorprendente e accattivante, se non persino convincente.

Sicuramente le  scelte dei consumatori che portano a propendere al cibo plant based sono dovute o ad una maggiore attenzione alla salute, oppure all’impegno per un’alimentazione più sostenibile per l’ambiente e consapevolmente più etica e rispettosa per gli animali.

ll Food Report 2023 fa anche previsioni di tendenza, come decritto da Hanni Rutzler, esperta di trend alimentari, alimentazione e gastronomia del futuro: “le alternative vegane ad alcuni piatti tradizionali diventeranno lo standard nel nostro repertorio culinario, alcune promettenti varianti vegane stanno prendendo spazio nei forum di ricette e nei blog di tutto il mondo. Magari non tutte le varianti vegane di piatti o ingredienti noti potranno risultare convincenti, ma la competizione per l'esperienza del gusto che più si avvicina all'originale o addirittura lo supera è già in pieno svolgimento e negli anni a venire ci arricchirà di ulteriori prodotti sostitutivi, ricettari, ausili e spunti creativi per ricette”.

 

Comunque, che il cibo vegetale sia il nostro futuro lo sta evidenziando anche tutto l’impegno che le agenzie aerospaziali stanno rivolgendo agli esperimenti di colture nello spazio.

Lo conferma il programma Artemis che lavora  sui nuovi progetti che porteranno alla realizzazione di una stazione spaziale nell’orbita della Luna e della prima colonia sul suolo del nostro satellite naturale. Ma non solo: il passo successivo sarà di replicare la stessa cosa su Marte entro il 2035.

Le scelte che portano a propendere al cibo plant based sono dovute a una maggiore attenzione alla salute, all’impegno per un’alimentazione più sostenibile per l’ambiente e consapevolmente più etica e rispettosa per gli animali
Le scelte che portano a propendere al cibo plant based sono dovute a una maggiore attenzione alla salute, all’impegno per un’alimentazione più sostenibile per l’ambiente e consapevolmente più etica e rispettosa per gli animali

Già a partire dal 2016 sono stati fatti esperimenti di coltivazioni di verdure e ortaggi sulla stazione spaziale internazionale ISS, in orbita a 400 chilometri dalla superficie terrestre e proprio a luglio del 2021 è stata la volta della coltivazione di peperoncini da sementi provenienti dal New Mexico. Esperimento avvenuto in una delle camere di crescita di piante della ISS che ha potuto ricavare dati sia delle condizioni di coltivazione nello spazio sia degli effetti dei vegetali freschi sul benessere degli astronauti. I risultati positivi hanno portato a voler successivamente testare le condizioni di crescita in ambienti ancora più critici. Così, giusto a un anno di distanza, è stato lanciato in orbita il primo micro-orto spaziale che per 20 giorni, e questa volta a 6mila chilometri di distanza dalla Terra, ha condotto l’esperimento di coltivazione di micro piantine.

Come spiegato dall’ ASI, l’ Agenzia Spaziale Italiana, si tratta del Greencube, un cubesat ovvero un piccolo satellite che misura appena 30 x 10 x 10 centimetri, che accoglie al suo interno un sistema di coltura idroponica, progettato da Enea, insieme a due Università italiane: la Federico II di Napoli e la Sapienza di Roma, con la collaborazione appunto dell’ASI. Il minisatellite si compone di una unità che contiene le microverdure, il sistema di coltivazione e controllo ambientale, la soluzione nutritiva, l’atmosfera necessaria e i sensori, mentre la seconda unità ospita la piattaforma di gestione e controllo del veicolo spaziale.

Un apparato orbitante nello spazio che è in grado di garantire un ciclo completo di crescita di micro-verdure selezionate fra quelle più adatte a sopportare condizioni estreme, come alti livelli di radiazioni  e una forza di gravità alterata, utilizzando sistemi di illuminazione e controllo della temperatura e dell’umidità progettati specificamente per funzionare al di fuori dell’atmosfera terrestre.

In questa missione è stato scelto il crescione, una verdura ricca di acqua, vitamine e minerali importanti per l’organismo umano, con un discreto contenuto anche di carboidrati e vitamine e soprattutto considerata una piantina adatta a una crescita  extraterreste, mentre contemporaneamente a Terra sono stati effettuati esperimenti paralleli di coltivazione all’interno di una copia esatta del micro-orto per poter poi confrontare gli effetti delle radiazioni, della pressione e della microgravità sulla crescita e sulle caratteristiche nutritive delle microverdure.

Non bisogna trascurare il fatto che il ruolo del cibo vegetale per noi umani è fondamentale, contenendo nutrienti essenziali per la vita, e di conseguenza lo sarà per gli umani che navigheranno nello spazio, dove le coltivazioni a bordo potranno soddisfare le esigenze alimentari dell’equipaggio, minimizzare i tempi operativi ed evitare contaminazioni.

Gli stessi ricercatori sottolineano che gli organismi vegetali sono in grado di rigenerare risorse preziose come aria, acqua e nutrienti e poi hanno un ruolo chiave come fonte di cibo fresco per integrare le razioni alimentari preconfezionate e garantire un apporto nutrizionale equilibrato, fondamentale per la sopravvivenza umana in condizioni ambientali difficili come quelle nello spazio.

Coltivazione di micro-piante nello spazio col progetto GreenCube (foto Enea)
Coltivazione di micro-piante nello spazio col progetto GreenCube (foto Enea)

Quello che colpisce di questo progetto è l’infinitesimale quantità di substrato su cui vengono fatte crescere le piantine e la completezza di micro e macronutrienti che possa avere la piantina del crescione. Sicuramente non ci sarà bisogno di chissà quali quantità di cibo e sprechi a bordo dei veicoli e delle stazioni spaziali, così come, parallelamente, non c’è bisogno di chissà quali quantità di territorio da utilizzare per le piantagioni sulla nostra astronave naturale, ovvero la Terra. Sul nostro pianeta, per soddisfare le esigenze alimentari umane  negli anni a venire, di suolo ce ne sarebbe a sufficienza se le risorse venissero usate per coltivare cibo subito edibile, invece che portare avanti il sistema perverso attuale di coltivazione dei foraggi per alimentare  gli animali per poi mangiare le loro carni che, alla fine di tutto questo processo, sono comunque meno nutritive per noi, sia in rapporto quantitativo che qualitativo.

Basti pensare che gli 85 miliardi di animali allevati nel mondo ogni anno consumano circa la metà delle colture consumando quindi le proteine vegetali e restituendone molte meno  con la loro carne. Un sistema questo che è assolutamente un controsenso, perché  significa, in numeri, che ogni 100 grammi di proteine vegetali con cui vengono alimentati gli animali, se ne ricavano circa 43 grammi dal latte delle mucche, 40 grammi dalla carne di pollame, 35 grammi dalle uova, 10 grammi dalla carne di maiale e solo 5 grammi di proteine da quella di manzo. Così , altro controsenso, risulta che il bovino è l’animale meno nutriente per il nostro organismo, soprattutto  se è stato allevato in un sistema intensivo. Senza poi contare la poca salubrità dell’alimentazione a base carnea, con tutte le patologie metabolico-degenerative, cardiovascolari, neuro-degenerative e neoplastiche che può innescare.

Inoltre, significa che oggi con gli allevamenti intensivi non possiamo risolvere il problema non solo della garanzia del cibo per tutta la popolazione in aumento, ma anche della devastazione che il pianeta sta subendo a causa dell’alimentazione a base di animali e derivati.

E’ davvero giunto il momento di dire addio al  sistema alimentare attuale rappresentato dall’allevamento animale e tutto il suo background, che sta incidendo sulla crisi climatica col 24% delle emissione di gas serra. In questo non-sense,  c’è da includere anche l’enorme consumo di acqua che c’è dietro alla produzione di una sola bistecca e infine la deforestazione, che incalza e man mano toglie il verde al nostro pianeta insieme all’80% delle altre forme di vita.

Sicuramente le previsioni di maggiore assestamento di una alimentazione plant based nei prossimi anni fa intravedere un processo di miglioramento per noi umani, per l’ambiente e per i nostri compagni di viaggio su questo pianeta, perché il futuro della alimentazione non può che vedere il declino e la fine di una abitudine avulsa dalla realtà come è quella di nutrirsi di animali.

 

Riferimenti:

https://www.zukunftsinstitut.de/artikel/food/food-trends-hanni-ruetzler

https://www.asi.it/2022/07/greencube-attivato-il-micro-orto-spaziale-a-6000-km-da-terra

https://foodrevolution.org/blog/plant-based-recipes-from-around-the-world

 

 

Miriam Madau è medico omeopata e nutrizionista vegano. Conduce su Shan Newspaper le rubriche “Felicemente Veg” sull’alimentazione vegana e “H2O” sull’omeopatia. Conduce inoltre la trasmissione “VeganSì” su Radio Dreamland www.radiodreamland.it

 
8 ottobre 2022

 

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